UN PROGRAMMA PER L’ITALIA

  1. PIU’ DEMOCRAZIA

E’ necessario passare da una democrazia rappresentativa di nominati a una DEMOCRAZIA PARTECIPATA nella quale si chiede alla gente di votare e proporre ciò che vuole e dove gli eletti fanno ciò che viene loro ordinato di fare. Occorre modificare la costituzione per prevedere referendum consultivi e deve esserci l’obbligo di discutere entro un tempo congruo le leggi di iniziativa popolare e di approvarle, se precedentemente approvate da referendum consultivo.

La data delle consultazioni referendarie deve essere predeterminata, ad esempio, una volta ogni sei mesi (anche per mezzo di strumenti informatici).

Decisioni come entrare (o restare) o meno nell’Euro, l’adozione del Fiscal Compact, la Tav in val di Susa, lo sviluppo della produzione energetica per mezzo del nucleare, matrimoni e adozioni tra omosessuali devono essere decise per referendum consultivo popolare nazionale e non essere imposte da una minoranza di politici.

Aumentare la partecipazione democratica diretta permetterà di ridurre il numero dei rappresentanti eletti (parlamentari, consiglieri regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali, ecc) e renderà palese il fatto che i politici non sono “classe dirigente” (povero quel paese che ha bisogno di una classe dirigente!) ma sono al servizio (SERVI!!!) dei cittadini e magari ci aiuterà a risparmiare qualche soldo.

Euro o non Euro

Come minimo è necessario indire, con più di 10 anni di ritardo, un referendum sull’Euro. L’Europa e l’integrazione europea sono ottime cose. L’Euro è un’ottima idea dal punto di vista politico ma, purtroppo, un probabile un errore economico che sta contribuendo ad aggravare la crisi  mondiale in corso. La decisione se restare o meno nell’Euro deve essere presa per mezzo di un voto consapevole degli italiani e non, come era a stato a suo tempo, per decisione di poche persone (Prodi, Ciampi) che l’hanno imposto a tutti. Solo una decisione informata, consapevole e responsabile può darci la forza di reggere gli oneri che l’Euro comporta.

Spiegare quali problemi comporti l’Euro è un discorso abbastanza lungo che cercherò di sintetizzare di seguito. Il fatto è che, così come ogni persona per camminare bene ha bisogno di un paio di scarpe della giusta misura, così ogni area economica “omogenea” deve avere la propria moneta. L’Euro è come una scarpa di misura unica che deve andare bene per tutti ma che per alcuni è troppo grande e per altri troppo stretta. In termini un poco più tecnici si può dire che il cambio dell’Euro esprime una media ponderata tra la forza della “Germania” (o un qualunque paese “forte”)  e la debolezza dell’Italia (o un qualunque paese “debole”). Con l’Euro, i beni dei paesi forti costano relativamente poco per il resto del mondo e l’economia di quel paese ne beneficia in modo diretto. Al contrario i prodotti di paesi deboli, se venduti in Euro, sono molto costosi e, pertanto, vengono venduti con molta maggiore difficoltà causando crisi economica.

Un esempio: probabilmente una Panda (ipotizzando che la Panda sia prodotta in Italia), tenuto conto del suo valore intrinseco e del suo contenuto tecnologico, dovrebbe essere venduta ad un prezzo pari ad un decimo di quello di una Mercedes di alta gamma ed invece, visto che i costi di produzione della Panda sono in Euro, perché essa possa essere venduta con un minimo profitto, essa deve essere venduta ad un prezzo che è un quinto di quello della macchina tedesca e ciò ovviamente rende immensamente più difficile vendere le Panda. E’ un esempio un po’ grossolano ma spiega abbastanza bene quello che sta accadendo in Italia e perché l’Euro rischia di essere un lusso che non possiamo permetterci.

UN PROBLEMA DI “CIVILTA’”

Occorre prendere atto che il vero grande problema dell’Italia (e non solo dell’Italia) è il grado di CIVILTA’ dei suoi cittadini!!

Con tutte le dovute eccezioni, SIAMO UN POPOLO MEDIAMENTE MALEDUCATO E, SOTTO MOLTI ASPETTI, INCIVILE.

Se un politico ruba, se un ragazzo non lascia sedere l’anziano sul tram, se i muri delle case sono tutti imbrattati da scarabocchi squallidi, se non si rispettano le striscie pedonali è, in ultima analisi, un problema di CIVILTA’!

Le conseguenze di questa carenza di CIVILTA’ sono che gli investimenti esteri in Italia sono ridottissimi (non si fidano) e i costi di produzione di un’azienda italiana sono mediamente più alti che in altre paesi (malcostume, eccessiva burocrazia autoreferenziale e non al servizio dei cittadini, infiltrazioni mafiose e simili).

Migliorare il livello di civiltà di questo paese è un compito che spetta a TUTTI, nessuno escluso ma da un punto di vista “istituzionale” in primo luogo spetta alla scuola, alla televisione pubblica ed alle istituzioni.

LA SCUOLA

La scuola deve essere riformata per insegnare, in ordine di importanza, (e in uguale misura):

  • a essere buoni cittadini e quindi deve dare un’educazione civica ed un’etica (laica)
  • la scienza della conoscenza: serve a poco avere la testa piena di nozioni che in breve tempo saranno obsolete o dimenticate mentre serve molto sapere come capire, imparare e ricordare;
  • a pensare con la propria testa in modo da divenire cittadini consapevoli delle proprie scelte e quindi responsabili delle medesime (storia, matematica, logica, filosofia, educazione al bello ecc.);
  • ad esprimersi in italiano in modo chiaro e completo, oralmente e per iscritto
  • ad esprimersi in inglese in modo altrettanto chiaro e completo, oralmente e per iscritto.

Punto. Tutto il resto (compresa religione, educazione fisica, biologia e via così) sono perdite di tempo.

DEVE ESSERE CHIARO CHE QUESTO PAESE PUO’ CAMBIARE SOLO SE CAMBIANO I SUOI CITTADINI E QUESTO E’ UN PROCESSO CHE RICHIEDERA’ ANNI, PROBABILMENTE GENERAZIONI E CHE DEVE PASSARE IN PRIMO LUOGO DALLA SCUOLA CHE DEVE ESSERE L’ISTITUZIONE CHE FISSA GLI OBIETTIVI E PERMETTE DI RAGGIUNGERLI. E’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO RIPORTARE LA SCUOLA E GLI INSEGNANTI (CHE OGGI HANNO UNA PREPARAZIONE INFUFFICIENTE) AL CENTRO DELLA SOCIETA’.

RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA: PROPRIETÀ PUBBLICA E GESTIONE PRIVATA.

L’unico modo per ridurre la spesa pubblica è ridurre il ruolo degli operatori pubblici nell’economia. L’operatore pubblico è quasi sempre autoreferenziale non può, per sua natura, agire secondo criteri ispirati a efficienza, servizio e profitto e, pertanto, la sua attività deve essere limitata il più possibile.

Tuttavia vale la pena considerare, senza per questo voler riproporre un’ideologia comunista, che per alcuni tipi di beni, come ad esempio una strada, un ponte, una centrale elettrica, è preferibile che la proprietà sia pubblica piuttosto che privata perché se il bene è pubblico è di tutti e tutti hanno il diritto di usufruirne e tutti ne possono beneficiare. Chiaramente se certi tipi di beni (una ferrovia) fossero privati dovrebbero sempre essere previste norme che assicurino che tutti possano usufruirne a condizioni eque.

Chiarito che la proprietà pubblica è cosa buona, ciò che è SEMPRE pessimo è la gestione pubblica e quindi bisogna fare in modo che il settore pubblico non possa gestire i beni pubblici o, meglio ancora, che non possa proprio svolgere alcun tipo di attività (salvo, forse, la difesa e l’ordine pubblico).

Tale risultato può essere raggiunto facendo in modo che i beni e le funzioni pubbliche siano date in gestione ai privati. Perché non pensare a scuole, servizi comunali, anagrafe, USL, pompieri, servizi comunali, trasporti pubblici, esercizio, almeno in primo grado, della giustizia (in fondo un giudice è corrompibile sia che lavori per lo Stato che per una società privata) dati in gestione a privati?

Tuttavia per evitare che i privati possano beneficiare di monopoli di fatto (vedi, per esempio, quello che è successo con le autostrade) e per stimolare la competizione e l’efficienza, con conseguente riduzione dei costi e miglioramento dei livelli di servizio, occorre che queste concessioni abbiano durata molto breve, 5 anni massimo, e che siano prontamente tolte a quei concessionari che non svolgessero i propri compiti in maniera adeguata. Poiché l’argomento di solito usato per giustificare periodi di concessione molto lunghi (anche 20 o 30 anni, vedi autostrade) è il fatto che occorre permettere al privato di rientrare degli investimenti fatti per migliorare il bene in concessione (ragionamento che ovviamente non ha un fondamento perché, per la stessa ragione, il concessionario eviterà di effettuare investimenti nei periodi prossimi alla scadenza della concessione se non ha la preventiva certezza del rinnovo della medesima) affinché le concessioni abbiano durata breve è necessario che le spese relative agli investimenti siano sostenute dallo Stato.  (questo è un aspetto un po’ tecnico, può essere approfondito a parte)

I NUOVI PATTI SOCIALI

  • Tra lavoratori, imprenditori e Stato: abolizione dell’art. 18 in quelle aziende nelle quali (i) viene stipulato tra lavoratori e imprenditori un accordo di (con)divisione degli utili societari, (ii) rappresentanti sindacali vengono cooptati in consiglio di amministrazione e (iii) l’eventuale licenziamento del lavoratore sia deciso con l’accordo dei rappresentanti dei lavoratori. L’idea è che se io lavoratore partecipo agli utili, sarò il primo a voler cacciare chi non lavora in modo adeguato e, in definitiva, si approfitta del lavoro degli altri. Lo Stato contribuisce concedendo congrui sconti fiscali.
  • Tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi: chi non paga le tasse deve versare quello che non ha pagato (con gli interessi ma senza penali) e va (e resta) in galera almeno 5 anni. Semplice ed efficace.

VARIE ED EVENTUALI

Il resto del programma è tutto da scrivere. Oggi come oggi è abbastanza inutile proporre di fare più asili e servizi sociali se non ci sono le risorse per farli! Nessuno sarà contrario ad abbassare le tasse ma il problema è come farlo. Qualunque cosa si voglia fare, occorre in primo luogo mettere in atto le linee sopra descritte per:

  • aumentare la partecipazione democratica e in quanto tale, consapevole, responsabile e condivisa;
  • incrementare il livello di civiltà (cultura, educazione, ecc) degli italiani;
  • liberare le risorse finanziarie necessarie per poter attuare le politiche che saranno scelte;
  • fondare la nazione non solo sul lavoro (come previsto in costituzione) ma anche sulla collaborazione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. Occorre fornire le motivazioni per far crescere la torta a disposizione di tutti e togliere i motivi che fanno combattere per una fetta più grande si una torta che si riduce sempre di più!

Le linee guida sopra descritte sono le condizioni necessarie (e in parte sufficienti) per cambiare questo paese e dare un futuro ai nostri figli. Poi decideremo insieme a loro, esprimendoci direttamente con il voto e rispettando democraticamente le decisioni della maggioranza, cosa vorremo fare di questo paese.

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