RESTARE O MENO NELL’EURO: E’ VERAMENTE UNA SCELTA?

Entrare nell’Euro a suo tempo non fu sicuramente una scelta. Anche in quel caso si tratto di una scelta fatta da una ristretta cerchia di mebri della classe dirigente (Ciampi, Amato, Prodi) che la imposero a tutti senza un adeguato dibattito a monte.

Probabilmente entrare nell’Euro fu anche un errore fatto da governanti deboli ed incapaci che non avevano fiducia nella loro stessa capacità di governare. Ora la domanda è: dobbiamo restare o uscire?

Oggi non è più una questione di scelta “scelta” in quanto i mercati, la storia e la teoria economica non ci lasciano nessun vero spazio di manovra: l’unica cosa che possiamo fare è uscire dall’Euro e prima lo facciamo e meglio è.

Le ragioni per le quali occorre effettuare questo passo sono molto pragmatiche e hanno poco o nulla a che vedere con l’invadenza delle banche, con il sistema capitalistico, con la trilaterale, con il fatto che non dobbiamo rimborsare il debito e con tutte le cose fantasiose che ho sentito dire in questi mesi. Le ragioni sono essenzialmente tecniche, semplici da spiegare e da comprendere e non hanno nessun fondamento ideologico.

Occorre uscire dall’Euro perché:

–          una moneta unica per paesi ed economie tra loro diverse è come se persone diverse, per peso, altezza, età e sesso decidessero di mettersi tutti scarpe misura 40: ci saranno quelli ai quali il 40 andrà bene e potranno camminare senza difficoltà e ci saranno tutti gli altri che si troveranno con scarpe troppo strette o troppo larghe e non riusciranno a tenere il passo degli altri. L’Argentina 10 anni fece default (fallimento) perché aveva agganciato (stabilito un cambio fisso tra) il Pesos al Dollaro su indicazione dell’FMI per combattere l’inflazione. In un unico colpo hanno massacrato sia l’inflazione che l’economia. L’Italia nell’Euro è come se avessimo agganciato la Lira al Marco: misero chi non sa tenre conto degli insegnamenti della storia!

–          Oggi in Europa siamo esattamente nella stessa situazione: paesi meno efficienti (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda, Ungheria, ecc.) non riescono a tenere il passo di paesi più efficienti (Germania, Olanda, ecc.). Per poter parificare le dinamiche economiche, sociali e culturali di questi paesi e fare in modo che quelli più deboli possano correre con quelli più forti non bastano poche riforme più o meno estemporanee ma occorre una profonda opera di investimenti e riqualificazione volta a mutare il contesto sociale, culturale e, oserei dire, genetico dei paesi coinvolti che durerà, se mai finirà, diversi decenni. Soprattutto occorre un processo “democratico” per mezzo del quale approvare tali riforme e nessun governo di non eletti potrà operare in modo sufficientemente profondo nella società.

–          L’unico modo per compensare nel breve e medio periodo questo disequilibrio strutturale tra paesi è fare in modo che i rapporti di forza tra loro si possano costantemente e immediatamente riequilibrare attraverso la variazione delle rispettive monete nazionali: i paesi più forti avranno una moneta che si rivaluterà e in questo modo i loro prodotti diventeranno meno concorrenziali, la moneta dei paesi più deboli si svaluterà rendendo il paese in questione maggiormente competitivo. Per esempio, oggi al cambio di Euro / Dollaro di 1.30, per un tedesco produrre una Mercedes costa relativamente (in termini per esempio di qualità del prodotto, efficienza del sistema paese, burocrazia disponibilità di infrastrutture, assenza di criminalità, ecc.) meno che per un italiano produrre una punto e, pertanto, sui mercati internazionale una Mercedes è più concorrenziale, in termini di value for money, di una punto. Pertanto la domanda di Euro, anche solo per comprare Mercedes, resterà sempre alta ed il cambio non scenderà mai a sufficienza per rendere competitive le Fiat!

–          Gli unici modi per l’Italia per restare nell’Euro sono  i) permettere all’Euro di scendere (ma questo non può accadere perché a tassi di cambio più bassi la domanda internazionale per i prodotti di paesi europei virtuosi – e quindi per gli Euro con i quali si acquistano tali prodotti – diventa troppo forte) o rinunciare totalmente alla propria sovranità e divenire un protettorato (più di quanto già non siamo) della Germania.

–          L’uscita dall’Euro non sarà indolore: comporterà svalutazione della valuta nazionale il che significa, per esempio, maggiori costi per acquistare prodotti esteri e per andare in vacanza all’estero e maggiore inflazione provocata proprio dall’aumento dei prezzi dei beni importati (incluso naturalmente il petrolio).

–          Per convivere con svalutazione e l’inflazione che ne deriverà occorrerà prevedere la reintroduzione di strumenti quali la scala mobile. Peraltro, poiché non tutto il male viene per nuocere, maggiore inflazione permetterà di abbattere più velocemente il debito pubblico calcolato come percentuale del PIL in quanto quest’ultimo aumenterà rapidamente sia in termini reali (crescita vera portata dall’uscita dall’Euro) che monetari (inflazione).

–          Il default dell’Italia e degli altri Paesi che decideranno di lasciare l’Euro potrà essere evitato utilizzando le risorse del Fondo Salva Stati per compensare le perdite su cambi dei non residenti che detengono titoli di stato Italiani. Questa non è la sede per discutere nel dettaglio le modalità tecniche per l’implementazione dei meccanismi di compensazione tuttavia deve essere fin d’ora chiaro il principio che chi più ha beneficiato dall’Euro (Germania e paesi forti) deve più contribuire per permettere lo “smontaggio” dell’Euro il più possibile indolore.

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