La Costituzione e il lavoro, secondo me….

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro, e fin qui la sappiamo tutti. Su cosa voglia dire questa frase in questi anni ho sentito di tutto. La tesi più frequente è che tutti hanno il diritto di poter lavorare che, il più delle volte, viene traslato nel fatto che la Repubblica ha l’obbligo di dare un lavoro a chiunque lo voglia. Da notare, incidentalmente, che avere un lavoro non significa necessariamente avere anche un reddito o quanto meno un reddito sufficiente. Lo dico perché spesso sembra che questa sia l’implicazione conseguente alla prima parte del ragionamento, ma questo è un dettaglio.

Premetto che, in materia di costituzione, sono ignorante come una bestia ma vorrei tuttavia dare la mia personale interpretazione su cosa significhi il richiamo al lavoro in costituzione.

Negli anni dell’immediato dopoguerra mio padre, giovane studente, era un attivista della DC (e pazienza…), membro dell’Associazione Cattolica e, naturalmente, cattolico assiduo praticante. Mio nonno era macchinista ferroviere (i tempi in cui si cominciava….) su treni a lunga percorrenza e lavorava come una bestia stando lontano da casa per giorni e giorni.

Un giorno, mio padre, un po’ stizzito, affrontò suo padre di petto rimproverandogli di non essere un buon cattolico e di non andare mai in chiesa, nemmeno la domenica! Se faccio un minimo sforzo riesco ad immaginarmi il nonno, magari stravolto dopo l’ennesima infinita trasferta, che rimane tra il risentito e lo sbigottito ascoltando le parole del figlio. Comunque non rimase senza parole e mio padre riferisce gli rispose dolcemente, mise avanti le mani con i palmi rivolti verso l’alto e gli disse: “Le vedi queste, queste pregano tutto il giorno”.

Ecco, io penso che la Costituzione, non volendo e non potendo dire che la repubblica è basata sul cattolicesimo piuttosto che sul marxismo, abbia richiamato il lavoro come simbolo di una morale laica e costruttiva evocando la figura del buon padre di famiglia che lavora per il bene suo, della sua famiglia e della comunità in cui vive. E mi sembra un gran bel modo di utilizzare il concetto!

Poi, “la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”, significa semplicemente che non impedisce a chi vuole lavorare di farlo e fa il possibile per “promuovere” le condizioni (nei limiti dei vincoli esterni e delle capacità di chi ci governa (e che magari non abbiamo nemmeno eletto!)) per permettere di lavorare a chi vuole farlo ma da lì a dire garantisce a chiunque un lavoro ce ne corre!!!!

Grazie per la pazienza a chi ha letto fino a qui.

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UN PROGRAMMA PER L’ITALIA

  1. PIU’ DEMOCRAZIA

E’ necessario passare da una democrazia rappresentativa di nominati a una DEMOCRAZIA PARTECIPATA nella quale si chiede alla gente di votare e proporre ciò che vuole e dove gli eletti fanno ciò che viene loro ordinato di fare. Occorre modificare la costituzione per prevedere referendum consultivi e deve esserci l’obbligo di discutere entro un tempo congruo le leggi di iniziativa popolare e di approvarle, se precedentemente approvate da referendum consultivo.

La data delle consultazioni referendarie deve essere predeterminata, ad esempio, una volta ogni sei mesi (anche per mezzo di strumenti informatici).

Decisioni come entrare (o restare) o meno nell’Euro, l’adozione del Fiscal Compact, la Tav in val di Susa, lo sviluppo della produzione energetica per mezzo del nucleare, matrimoni e adozioni tra omosessuali devono essere decise per referendum consultivo popolare nazionale e non essere imposte da una minoranza di politici.

Aumentare la partecipazione democratica diretta permetterà di ridurre il numero dei rappresentanti eletti (parlamentari, consiglieri regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali, ecc) e renderà palese il fatto che i politici non sono “classe dirigente” (povero quel paese che ha bisogno di una classe dirigente!) ma sono al servizio (SERVI!!!) dei cittadini e magari ci aiuterà a risparmiare qualche soldo.

Euro o non Euro

Come minimo è necessario indire, con più di 10 anni di ritardo, un referendum sull’Euro. L’Europa e l’integrazione europea sono ottime cose. L’Euro è un’ottima idea dal punto di vista politico ma, purtroppo, un probabile un errore economico che sta contribuendo ad aggravare la crisi  mondiale in corso. La decisione se restare o meno nell’Euro deve essere presa per mezzo di un voto consapevole degli italiani e non, come era a stato a suo tempo, per decisione di poche persone (Prodi, Ciampi) che l’hanno imposto a tutti. Solo una decisione informata, consapevole e responsabile può darci la forza di reggere gli oneri che l’Euro comporta.

Spiegare quali problemi comporti l’Euro è un discorso abbastanza lungo che cercherò di sintetizzare di seguito. Il fatto è che, così come ogni persona per camminare bene ha bisogno di un paio di scarpe della giusta misura, così ogni area economica “omogenea” deve avere la propria moneta. L’Euro è come una scarpa di misura unica che deve andare bene per tutti ma che per alcuni è troppo grande e per altri troppo stretta. In termini un poco più tecnici si può dire che il cambio dell’Euro esprime una media ponderata tra la forza della “Germania” (o un qualunque paese “forte”)  e la debolezza dell’Italia (o un qualunque paese “debole”). Con l’Euro, i beni dei paesi forti costano relativamente poco per il resto del mondo e l’economia di quel paese ne beneficia in modo diretto. Al contrario i prodotti di paesi deboli, se venduti in Euro, sono molto costosi e, pertanto, vengono venduti con molta maggiore difficoltà causando crisi economica.

Un esempio: probabilmente una Panda (ipotizzando che la Panda sia prodotta in Italia), tenuto conto del suo valore intrinseco e del suo contenuto tecnologico, dovrebbe essere venduta ad un prezzo pari ad un decimo di quello di una Mercedes di alta gamma ed invece, visto che i costi di produzione della Panda sono in Euro, perché essa possa essere venduta con un minimo profitto, essa deve essere venduta ad un prezzo che è un quinto di quello della macchina tedesca e ciò ovviamente rende immensamente più difficile vendere le Panda. E’ un esempio un po’ grossolano ma spiega abbastanza bene quello che sta accadendo in Italia e perché l’Euro rischia di essere un lusso che non possiamo permetterci.

UN PROBLEMA DI “CIVILTA’”

Occorre prendere atto che il vero grande problema dell’Italia (e non solo dell’Italia) è il grado di CIVILTA’ dei suoi cittadini!!

Con tutte le dovute eccezioni, SIAMO UN POPOLO MEDIAMENTE MALEDUCATO E, SOTTO MOLTI ASPETTI, INCIVILE.

Se un politico ruba, se un ragazzo non lascia sedere l’anziano sul tram, se i muri delle case sono tutti imbrattati da scarabocchi squallidi, se non si rispettano le striscie pedonali è, in ultima analisi, un problema di CIVILTA’!

Le conseguenze di questa carenza di CIVILTA’ sono che gli investimenti esteri in Italia sono ridottissimi (non si fidano) e i costi di produzione di un’azienda italiana sono mediamente più alti che in altre paesi (malcostume, eccessiva burocrazia autoreferenziale e non al servizio dei cittadini, infiltrazioni mafiose e simili).

Migliorare il livello di civiltà di questo paese è un compito che spetta a TUTTI, nessuno escluso ma da un punto di vista “istituzionale” in primo luogo spetta alla scuola, alla televisione pubblica ed alle istituzioni.

LA SCUOLA

La scuola deve essere riformata per insegnare, in ordine di importanza, (e in uguale misura):

  • a essere buoni cittadini e quindi deve dare un’educazione civica ed un’etica (laica)
  • la scienza della conoscenza: serve a poco avere la testa piena di nozioni che in breve tempo saranno obsolete o dimenticate mentre serve molto sapere come capire, imparare e ricordare;
  • a pensare con la propria testa in modo da divenire cittadini consapevoli delle proprie scelte e quindi responsabili delle medesime (storia, matematica, logica, filosofia, educazione al bello ecc.);
  • ad esprimersi in italiano in modo chiaro e completo, oralmente e per iscritto
  • ad esprimersi in inglese in modo altrettanto chiaro e completo, oralmente e per iscritto.

Punto. Tutto il resto (compresa religione, educazione fisica, biologia e via così) sono perdite di tempo.

DEVE ESSERE CHIARO CHE QUESTO PAESE PUO’ CAMBIARE SOLO SE CAMBIANO I SUOI CITTADINI E QUESTO E’ UN PROCESSO CHE RICHIEDERA’ ANNI, PROBABILMENTE GENERAZIONI E CHE DEVE PASSARE IN PRIMO LUOGO DALLA SCUOLA CHE DEVE ESSERE L’ISTITUZIONE CHE FISSA GLI OBIETTIVI E PERMETTE DI RAGGIUNGERLI. E’ ASSOLUTAMENTE NECESSARIO RIPORTARE LA SCUOLA E GLI INSEGNANTI (CHE OGGI HANNO UNA PREPARAZIONE INFUFFICIENTE) AL CENTRO DELLA SOCIETA’.

RIDUZIONE DELLA SPESA PUBBLICA: PROPRIETÀ PUBBLICA E GESTIONE PRIVATA.

L’unico modo per ridurre la spesa pubblica è ridurre il ruolo degli operatori pubblici nell’economia. L’operatore pubblico è quasi sempre autoreferenziale non può, per sua natura, agire secondo criteri ispirati a efficienza, servizio e profitto e, pertanto, la sua attività deve essere limitata il più possibile.

Tuttavia vale la pena considerare, senza per questo voler riproporre un’ideologia comunista, che per alcuni tipi di beni, come ad esempio una strada, un ponte, una centrale elettrica, è preferibile che la proprietà sia pubblica piuttosto che privata perché se il bene è pubblico è di tutti e tutti hanno il diritto di usufruirne e tutti ne possono beneficiare. Chiaramente se certi tipi di beni (una ferrovia) fossero privati dovrebbero sempre essere previste norme che assicurino che tutti possano usufruirne a condizioni eque.

Chiarito che la proprietà pubblica è cosa buona, ciò che è SEMPRE pessimo è la gestione pubblica e quindi bisogna fare in modo che il settore pubblico non possa gestire i beni pubblici o, meglio ancora, che non possa proprio svolgere alcun tipo di attività (salvo, forse, la difesa e l’ordine pubblico).

Tale risultato può essere raggiunto facendo in modo che i beni e le funzioni pubbliche siano date in gestione ai privati. Perché non pensare a scuole, servizi comunali, anagrafe, USL, pompieri, servizi comunali, trasporti pubblici, esercizio, almeno in primo grado, della giustizia (in fondo un giudice è corrompibile sia che lavori per lo Stato che per una società privata) dati in gestione a privati?

Tuttavia per evitare che i privati possano beneficiare di monopoli di fatto (vedi, per esempio, quello che è successo con le autostrade) e per stimolare la competizione e l’efficienza, con conseguente riduzione dei costi e miglioramento dei livelli di servizio, occorre che queste concessioni abbiano durata molto breve, 5 anni massimo, e che siano prontamente tolte a quei concessionari che non svolgessero i propri compiti in maniera adeguata. Poiché l’argomento di solito usato per giustificare periodi di concessione molto lunghi (anche 20 o 30 anni, vedi autostrade) è il fatto che occorre permettere al privato di rientrare degli investimenti fatti per migliorare il bene in concessione (ragionamento che ovviamente non ha un fondamento perché, per la stessa ragione, il concessionario eviterà di effettuare investimenti nei periodi prossimi alla scadenza della concessione se non ha la preventiva certezza del rinnovo della medesima) affinché le concessioni abbiano durata breve è necessario che le spese relative agli investimenti siano sostenute dallo Stato.  (questo è un aspetto un po’ tecnico, può essere approfondito a parte)

I NUOVI PATTI SOCIALI

  • Tra lavoratori, imprenditori e Stato: abolizione dell’art. 18 in quelle aziende nelle quali (i) viene stipulato tra lavoratori e imprenditori un accordo di (con)divisione degli utili societari, (ii) rappresentanti sindacali vengono cooptati in consiglio di amministrazione e (iii) l’eventuale licenziamento del lavoratore sia deciso con l’accordo dei rappresentanti dei lavoratori. L’idea è che se io lavoratore partecipo agli utili, sarò il primo a voler cacciare chi non lavora in modo adeguato e, in definitiva, si approfitta del lavoro degli altri. Lo Stato contribuisce concedendo congrui sconti fiscali.
  • Tra lavoratori dipendenti e lavoratori autonomi: chi non paga le tasse deve versare quello che non ha pagato (con gli interessi ma senza penali) e va (e resta) in galera almeno 5 anni. Semplice ed efficace.

VARIE ED EVENTUALI

Il resto del programma è tutto da scrivere. Oggi come oggi è abbastanza inutile proporre di fare più asili e servizi sociali se non ci sono le risorse per farli! Nessuno sarà contrario ad abbassare le tasse ma il problema è come farlo. Qualunque cosa si voglia fare, occorre in primo luogo mettere in atto le linee sopra descritte per:

  • aumentare la partecipazione democratica e in quanto tale, consapevole, responsabile e condivisa;
  • incrementare il livello di civiltà (cultura, educazione, ecc) degli italiani;
  • liberare le risorse finanziarie necessarie per poter attuare le politiche che saranno scelte;
  • fondare la nazione non solo sul lavoro (come previsto in costituzione) ma anche sulla collaborazione tra lavoro dipendente e lavoro autonomo. Occorre fornire le motivazioni per far crescere la torta a disposizione di tutti e togliere i motivi che fanno combattere per una fetta più grande si una torta che si riduce sempre di più!

Le linee guida sopra descritte sono le condizioni necessarie (e in parte sufficienti) per cambiare questo paese e dare un futuro ai nostri figli. Poi decideremo insieme a loro, esprimendoci direttamente con il voto e rispettando democraticamente le decisioni della maggioranza, cosa vorremo fare di questo paese.

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Se crolla l’euro l’economia tedesca cadra’ del 10%

Chi ha detto ciò? Grillo? Berlusconi?  Paul Krugman? Nigel Farage?

No, nessuno di loro. Risulta da un dossier del ministero delle finanze tedesco! Lo sanno anche loro che L’Euro conviene solo alla Germania. Con l’Euro i tedeschi hanno preso ben “quattro” piccioni con una sola classica fava:

– hanno una valuta che è meno forte di quanto sarebbe stata il vecchio Marco che favorisce le loro esportazioni;

– hanno una BCE che ha come unico scopo istituzionale il controllo dell’inflazione e che è pronta a gestire i tassi di interesse con questo scopo e non per favorire la crescita nelle economie in difficoltà;

– pagano tassi di interesse ridicolamente bassi sul proprio debito pubblico;

– infine, e soprattutto, sono riusciti a bloccare definitivamente le economie che hanno maggiori difficoltà e che, come Italia e la Spagna, avrebbero di tanto in tanto bisogno di una svalutazione competitiva per sopravvivere e che tanto “fastidio” causavano in precedenza all’economia tedesca.

L’Euro è uno scandalo, è un vero e proprio atto di guerra da parte di una nazione che vuole essere egemone nel continente e la cui finalità, più o meno esplicita, è quella di unificare l’Europa sotto la bandiera del IV Reich.

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Ci mancava solo la Tobin Tax !

Hanno fatto un vertice a Roma per partorire il solito topolino: un piano di sviluppo da 125 miliardi di euro (che se va bene a noi bastano per finire la Salerno – Reggio Calabria!) e la Tobin Tax.

La Tobin Tax è veramente una “boiata pazzesca” partorita da un professore al quale fu dato un Nobel perchè quell’anno (1981) non sapevano a chi darlo. La Tobin Tax è un’astrazione teorica che per servire a qualche cosa deve essere applicata da tutto il mondo contemporaneamente, che nessuno ha capito a che cosa serve, chi la incassa e, soprattutto, come si applica.

Ma i nostri supposti (detto non in senso figurato) governanti non hanno proprio nemmeno un minimo di vergogna a propinarci certe stupidaggini pensando di farci credere che sanno cosa stanno facendo e di che  cosa stanno parlando?

Ma la cosa più bella di tutto ciò è che se veramente si dovesse arrivare ad applicare la Tobin Tax (tranquilli, non ci riuscirebbero nemmeno se lo volessero veramente!) questo sì che segnerebbe la vera fine della UE con lo UK che saluterebbe per sempre la (non) allegra compagnia filo-tedesca per lasciarci marcire nel nostro brodo.

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Euro: cosa abbiamo fatto per meritarci tutto questo?

Un minimo di chiarezza sull’Euro affinché si smetta di sproloquiarne senza senso. L’Euro presenta almeno 4 problemi:

1. Non è stata una scelta democratica, almeno in Italia. Si sarebbe dovuto indire un referendum all’epoca. Visto che non è stato fatto allora, bisognerebbe farlo adesso. La gente dovrebbe sempre avere il diritto di scegliere e, di conseguenza, il dovere di prendersi la responsabilità delle proprie scelte. Non dimentichiamo che dove a suo tempo è stato fatto un referendum(UK, Norvegia), la gente ha votato contro l’entrata nell’Euro.

2. Se non governi la moneta nel breve termine puoi gestire l’economia solo con la politica fiscale perché quella valutaria (il tasso di cambio) e monetaria (il tasso di interesse) non sono sotto il tuo controllo (oggi li controlla, fino a un cero punto, la BCE). Se hai un debito pubblico troppo elevato puoi solo azionare la leva fiscale il che provoca recessione. In alternativa puoi chiedere a FMI, Fondo Salva Stati, BCE, Germania, ecc. di finanziarti pro-tempore per permetterti di “consolidare” il debito. Ovvio che chi ti da una mano vuole essere certo che tu non ricominci a spendere come un pazzo (a fare deficit) e questo si chiama cessione di sovranità o commissariamento, a vostra scelta.

3. Purtroppo se anche riesci in questo modo a risolvere il problema del debito, l’Euro non ti perdona da un altro, più subdolo, aspetto: poiché le economie dell’area Euro sono diverse, hanno diverse efficienze, diversa valenza strutturale (strade, ponti, ferrovie), diverse burocrazie, inefficienze, corruzione, ecc. la moneta che va bene per la Germania, con la quale le imprese tedesche riescono a produrre a costi più bassi e con maggiore efficienza beni con più elevato contenuto tecnologico che esportano in tutto il mondo, per l’Italia, la Spagna, la Grecia ecc. semplicemente non va bene. Per spiegare meglio: l’Euro tedesco dovrebbe valere 1,6 / 1,7 contro il dollaro mentre l’Euro italiano dovrebbe valere 0,9 / 0,8. Ma questo non può accadere perché l’Euro è per definizione una media tra la forza relativa delle varie economie. E’ come se diverse persone fossero costrette a camminare con scarpe della stessa misura: tu avresti bisogno del 44? Toh, vai con il 40, non importa se ti fanno male i piedi. Tu il 36? Il 40 anche per te e pazienza se inciampi! NON PUO’ FUNZIONARE!!!! E questo è il PROBLEMA assolutamente ineludibile e irrisolvibile, la ragione per la quale se non smonteremo al più presto l’Euro non solo non usciremo dalla crisi ma ridurremo questo paese (e i nostri figli) alla morte economica oltre a rischiare di distruggere l’economia mondiale.

Vi sento già dire: per questa ragione bisogna fare le riforme strutturali, per allineare le varie economie. Ma veramente pensate che 4 leggine accrocchiate possano cambiare nel breve termine questo paese? Questo è il paese nel quale nessuno si ferma alle strisce pedonali, in cui case e autobus sono scarabocchiate da artisti da strapazzo, nel quale conosco insegnanti di inglese che non sanno nemmeno parlare l’Italiano, nel quale a scuola tutti si ingegnano a copiare, nel quale nessuno, nemmeno Lusi e i suoi mandanti, finisce in galera. In Germania il ministro della difesa si è dimesso per aver copiato parti della tesi di laurea!!!!! Ma vi rendente conto dell’abisso di civiltà che ci separa dai paesi del Nord Europa???

Vi sento già dire: per questo bisogna arrivare all’unità politica in Europa. Ma siete proprio sicuri che un francese, un tedesco, un inglese vogliano avere alcunché a che spartire con italiani, greci o spagnoli? Credo che la nostra unica speranza sia la vecchia battuta di dichiarare guerra alla Svizzera, sparare due fucilate alla dogana di Chiasso e poi ritirarsi fino a Firenze lasciandosi invadere!!!

4. L’ultimo problema è come “smontare” l’Euro. Poiché l’Euro è stata proprio un’idea sbagliata fin dall’inizio (almeno nel modo nel quale è stato implementato accettando paesi che mai avrebbero dovuto essere ammessi) deve essere smontato in tutta Europa e non solo in un paese piuttosto che in un altro senza toccare le vere conquiste della UE (il mercato comune). Quindi non può essere una decisione unilaterale ma un’azione concertata a livello europeo, magari utilizzando le risorse del fondo salva stati per compensare le perdite di chi aveva un credito in Euro e se lo vedrà rimborsato in lire ovvero per aiutare che aveva un debito in Euro a integrare il proprio reddito ora in lire. In ogni caso si tratterà di cosa lunga, penosa, sicuramente dolorosa che comporterà (non è detto, ma per spiegarlo ci vuole un post a parte) una perdita di ricchezza. Quindi per gli italiani sarà più costoso andare in vacanza negli, per esempio, gli USA ma consentirà a tutti di mangiare tutti i giorni cosa che in caso contrario tra qualche mese non saremo più in grado di fare.

Ci sarebbe ancora qualche cosa da dire su tassi di interessi sul debito, inflazione, svalutazione e altre sciocchezze che molti, per ignoranza o malafede, va dicendo in giro facendo terrorismo psicologico sull’uscita dall’Euro ma ne parleremo un’altra volta.

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L’ EURO E I PENSIONATI GRECI

Le lezioni greche di ieri sono state vinte da Nuova Democrazia con 29,6% delle preferenze rispetto al 26,8% della sinistra radicale di Syriza e Alba Dorata il 7,51%.

Chi ha vinto? Hanno vinto gli astenuti con il 38% da un lato e dall’altro i pensionati e gli altri dipendenti pubblici greci che hanno paura che la Germania smetta di aiutare il paese, vale a dire smetta di pagare i loro stipendi e pensioni. Infatti i mercati, che stupidi non sono, hanno subito capito che queste elezioni e qualunque sarà il governo che sarà formato è tutta una gigantesca farsa che non migliora in nessun modo la situazione. 

Citibank, non proprio gli ultimi stupidi che passano per strada, continua a stimare tra il 50% ed il 75% la probabilità che la Grecia esca dall’Euro.

E’ veramente triste dover ascoltare tutti questi ignoranti sedicenti esperti di economia (Cicchitto!!!!) fare il giro dei pochi talk show ancora aperti per ripetere che uscire dall’Euro (dell’Italia, della Spagna o dell’Italia) sarebbe un disastro. E’ evidente a chiunque che uscire dall’Euro sarà un disastro e tuttavia dovrebbe essere ancora più evidente che restarci è morte certa.

Per un paese debole ed inefficiente come l’Italia (in termini relativi rispetto agli altri paesi del Nord Europa) restare nell’Euro significa uno squilibrio permanente e non recuperabile dei propri rapporti di competitività relativa. In parole semplici, significa andare verso la desertificazione industriale ed economica e quindi verso la fame.  Se non regge l’industria, a ruota salteranno anche le banche e tutti i servizi e alla fine ci mangeremo i soldi che abbiamo in banca e le tegole che abbiamo sui tetti delle nostre case che varranno un sacco di soldi ma che i nostri figli troveranno lievemente indigeste.

Per risolvere i problemi di competitività occorre un cambio Euro / US$ a 0,80 cosa che non accadrà mai perché l’Euro esprime un valore che è la media delle competitività relative delle varie economie che lo compongono. Pertanto se e quando l’Euro varrà 0,80 US$, l’Italia avrà bisogno che esso valga 0,40!!!!   

Gli Eurobond non serviranno a nulla se non ad aumentare un debito già oggi non più rimborsabile ed a rimandare e a rendere ancora più grave una catastrofe economica che si abbatterà sull’Europa e di riflesso sul resto del mondo. E poi qualcuno mi può spiegare perché i paesi virtuosi dovrebbero accettare di pagare maggiori tassi di interesse sul proprio debito messo in comune con il nostro? Ho sentito qualche genio dire che in fondo i tedeschi non dovrebbero aver problemi a passare da uno spread di 0,5% al 2%. Ma costui si rende conto che stà chiedendo alla Germania di accettare di pagare uno spread “doppio” sul proprio debito rispetto a quello che paga oggi?

Quattro riforme accocchiate non risolveranno un problema che è generazionale: bisogna rifare la testa agli italiani cosa che richiederà, ammesso di riuscirci, tra i 50 e i 100 anni.

  

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RESTARE O MENO NELL’EURO: E’ VERAMENTE UNA SCELTA?

Entrare nell’Euro a suo tempo non fu sicuramente una scelta. Anche in quel caso si tratto di una scelta fatta da una ristretta cerchia di mebri della classe dirigente (Ciampi, Amato, Prodi) che la imposero a tutti senza un adeguato dibattito a monte.

Probabilmente entrare nell’Euro fu anche un errore fatto da governanti deboli ed incapaci che non avevano fiducia nella loro stessa capacità di governare. Ora la domanda è: dobbiamo restare o uscire?

Oggi non è più una questione di scelta “scelta” in quanto i mercati, la storia e la teoria economica non ci lasciano nessun vero spazio di manovra: l’unica cosa che possiamo fare è uscire dall’Euro e prima lo facciamo e meglio è.

Le ragioni per le quali occorre effettuare questo passo sono molto pragmatiche e hanno poco o nulla a che vedere con l’invadenza delle banche, con il sistema capitalistico, con la trilaterale, con il fatto che non dobbiamo rimborsare il debito e con tutte le cose fantasiose che ho sentito dire in questi mesi. Le ragioni sono essenzialmente tecniche, semplici da spiegare e da comprendere e non hanno nessun fondamento ideologico.

Occorre uscire dall’Euro perché:

–          una moneta unica per paesi ed economie tra loro diverse è come se persone diverse, per peso, altezza, età e sesso decidessero di mettersi tutti scarpe misura 40: ci saranno quelli ai quali il 40 andrà bene e potranno camminare senza difficoltà e ci saranno tutti gli altri che si troveranno con scarpe troppo strette o troppo larghe e non riusciranno a tenere il passo degli altri. L’Argentina 10 anni fece default (fallimento) perché aveva agganciato (stabilito un cambio fisso tra) il Pesos al Dollaro su indicazione dell’FMI per combattere l’inflazione. In un unico colpo hanno massacrato sia l’inflazione che l’economia. L’Italia nell’Euro è come se avessimo agganciato la Lira al Marco: misero chi non sa tenre conto degli insegnamenti della storia!

–          Oggi in Europa siamo esattamente nella stessa situazione: paesi meno efficienti (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, Irlanda, Ungheria, ecc.) non riescono a tenere il passo di paesi più efficienti (Germania, Olanda, ecc.). Per poter parificare le dinamiche economiche, sociali e culturali di questi paesi e fare in modo che quelli più deboli possano correre con quelli più forti non bastano poche riforme più o meno estemporanee ma occorre una profonda opera di investimenti e riqualificazione volta a mutare il contesto sociale, culturale e, oserei dire, genetico dei paesi coinvolti che durerà, se mai finirà, diversi decenni. Soprattutto occorre un processo “democratico” per mezzo del quale approvare tali riforme e nessun governo di non eletti potrà operare in modo sufficientemente profondo nella società.

–          L’unico modo per compensare nel breve e medio periodo questo disequilibrio strutturale tra paesi è fare in modo che i rapporti di forza tra loro si possano costantemente e immediatamente riequilibrare attraverso la variazione delle rispettive monete nazionali: i paesi più forti avranno una moneta che si rivaluterà e in questo modo i loro prodotti diventeranno meno concorrenziali, la moneta dei paesi più deboli si svaluterà rendendo il paese in questione maggiormente competitivo. Per esempio, oggi al cambio di Euro / Dollaro di 1.30, per un tedesco produrre una Mercedes costa relativamente (in termini per esempio di qualità del prodotto, efficienza del sistema paese, burocrazia disponibilità di infrastrutture, assenza di criminalità, ecc.) meno che per un italiano produrre una punto e, pertanto, sui mercati internazionale una Mercedes è più concorrenziale, in termini di value for money, di una punto. Pertanto la domanda di Euro, anche solo per comprare Mercedes, resterà sempre alta ed il cambio non scenderà mai a sufficienza per rendere competitive le Fiat!

–          Gli unici modi per l’Italia per restare nell’Euro sono  i) permettere all’Euro di scendere (ma questo non può accadere perché a tassi di cambio più bassi la domanda internazionale per i prodotti di paesi europei virtuosi – e quindi per gli Euro con i quali si acquistano tali prodotti – diventa troppo forte) o rinunciare totalmente alla propria sovranità e divenire un protettorato (più di quanto già non siamo) della Germania.

–          L’uscita dall’Euro non sarà indolore: comporterà svalutazione della valuta nazionale il che significa, per esempio, maggiori costi per acquistare prodotti esteri e per andare in vacanza all’estero e maggiore inflazione provocata proprio dall’aumento dei prezzi dei beni importati (incluso naturalmente il petrolio).

–          Per convivere con svalutazione e l’inflazione che ne deriverà occorrerà prevedere la reintroduzione di strumenti quali la scala mobile. Peraltro, poiché non tutto il male viene per nuocere, maggiore inflazione permetterà di abbattere più velocemente il debito pubblico calcolato come percentuale del PIL in quanto quest’ultimo aumenterà rapidamente sia in termini reali (crescita vera portata dall’uscita dall’Euro) che monetari (inflazione).

–          Il default dell’Italia e degli altri Paesi che decideranno di lasciare l’Euro potrà essere evitato utilizzando le risorse del Fondo Salva Stati per compensare le perdite su cambi dei non residenti che detengono titoli di stato Italiani. Questa non è la sede per discutere nel dettaglio le modalità tecniche per l’implementazione dei meccanismi di compensazione tuttavia deve essere fin d’ora chiaro il principio che chi più ha beneficiato dall’Euro (Germania e paesi forti) deve più contribuire per permettere lo “smontaggio” dell’Euro il più possibile indolore.

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